Carolina Picchio è la prima vittima di cyberbullismo riconosciuta in Italia.
Ho ascoltato la sua storia per la prima volta durante un incontro pubblico in cui Ivano Zoppi, Segretario generale della Fondazione a lei dedicata, ha raccontato di questa ragazza di 14 anni, sportiva e piena di vita, che un giorno ha deciso di togliersi la vita dopo l’umiliazione di un video diffuso online.
La sua storia è stata raccontata da suo padre Paolo Picchio nel libro “Le parole fanno più male delle botte”(DeAgostini). Da quella tragedia è nato un impegno concreto: trasformare il dolore in educazione, ascolto e prevenzione.
Oggi, insieme a volontari come Ivano, gira le scuole di tutta Italia per parlare con i ragazzi e spiegare che certi comportamenti non sono semplici bravate.
È anche grazie a questo lavoro che nel 2017 l’Italia ha approvato la prima legge in Europa sul cyberbullismo, dedicata proprio a Carolina.
È davvero tutta colpa del web?
Ho parlato con Ivano Zoppi di temi che stanno molto a cuore alla Fondazione Carolina e anche a noi di Sprint: la responsabilità che ciascuno di noi ha nel mondo digitale, soprattutto nei confronti dei più giovani.
Temi oggi più che mai attuali, tra fatti di cronaca sempre più frequenti e un dibattito pubblico che torna a interrogarsi sul ruolo delle piattaforme.
Ma è davvero tutta colpa del web?
Su questo punto Zoppi è molto chiaro: il cyberbullismo non può essere ridotto a un problema tecnologico.
“È prima di tutto un problema educativo e relazionale. Interveniamo sempre dopo, quando il danno è fatto, invocando sanzioni o chiedendo alle piattaforme di controllare di più. Ma il problema nasce molto prima: nella povertà del linguaggio emotivo, nella solitudine degli adolescenti, nella qualità delle relazioni che offriamo loro.”
Il digitale, dice, non crea il problema: lo amplifica.
A questo si aggiunge un secondo errore collegato al primo. “Parlare ai ragazzi invece che con i ragazzi, trasformarli in destinatari passivi di campagne calate dall’alto, anziché in protagonisti consapevoli di una responsabilità condivisa. E questo al mondo degli adulti fa comodo, perché sembra deresponsabilizzarci”.
Il segnale che non vediamo: il silenzio
Esiste però un segnale che dovrebbe farci fermare prima?
Per Zoppi è uno solo: il silenzio.
“Siamo abituati ad associare il disagio adolescenziale a comportamenti visibili, rumorosi. In realtà accade sempre più spesso il contrario: ragazzi che si ritirano, restano in camera, smettono di chiedere, si spengono.”
Un disagio che non disturba e proprio per questo passa inosservato, a volte viene persino scambiato per tranquillità.
Eppure, i segnali ci sono: sonno alterato, schermo acceso fino a notte fonda, scomparsa delle relazioni reali, rifiuto silenzioso della scuola
Sono tutti tasselli di un ritiro sociale che il digitale non causa, ma accelera.
“Troppo spesso proviamo a curare il sintomo, senza andare alla radice”, spiega il pedagogista.
Quando le relazioni passano dall’AI
C’è poi un fenomeno ancora più recente che sta crescendo rapidamente: il rapporto tra adolescenti e intelligenza artificiale.
“Molti ragazzi stanno sostituendo il vissuto affettivo con l’AI. Nella nostra ricerca Cuori e Algoritmi, su 1300 adolescenti, abbiamo visto che i chatbot emotivi sono diventati una presenza quotidiana: confidenti, partner simulati, persino terapeuti improvvisati.”
Il punto è che l’intelligenza artificiale è sempre disponibile, non giudica, non contraddice.
E proprio per questo rischia di diventare una relazione sostitutiva.
“È una forma di solitudine che si traveste da compagnia. Il rischio è crescere senza fare esperienza dell’altro: del limite, del conflitto, della frustrazione.”
Non è un caso che anche il dibattito pubblico si stia muovendo in questa direzione.
Proprio in questi giorni si discute di una proposta di legge che punta a limitare la memoria dei chatbot usati dai minori, introdurre sistemi efficaci di age verification e affidare ad Agcom linee guida specifiche.
Insomma, un primo tentativo di mettere dei confini, mentre il fenomeno cresce.
Secondo l’esperto è fondamentale intervenire su tre piani: “il primo regolatorio: servono chiare, chiarissime limitazioni di età, obblighi di trasparenza per le compagnie, per le big tech che gestiscono questi strumenti di AI.
Il secondo è quello educativo: dobbiamo trasmettere ai ragazzi la capacità di distinguere una risposta algoritmica, quindi costruita ad arte, da una risonanza più umana, capace anche di fallire, capace anche di dirti dei no. E questo va fatto con tutta la comunità educante, non soltanto le famiglie, ma anche insegnanti, educatori, allenatori.
Il terzo, ancora più profondo, è quello relazionale: non basta togliere, non basta vietare, occorre dare alternative di presenza autentica, riportare i ragazzi al desiderio di incontro, di relazione. Perché se cercano conforto lì, è anche perché da qualche parte abbiamo smesso noi di esserci.”
D’altra parte: “se cercano conforto in un chatbot, è anche perché da qualche parte noi abbiamo smesso di esserci.”
Dal contenuto alla relazione: cosa sta cambiando
Accanto a questo, crescono anche altri fenomeni preoccupanti: “l’uso di strumenti per generare immagini sempre più sessualizzate e una forma di ritiro sociale digitale in cui i ragazzi costruiscono mondi interamente mediati dagli algoritmi.”
È un passaggio importante: dal danno legato ai contenuti al danno legato alle relazioni.
Dipendenza o uso problematico?
E la cosiddetta dipendenza da social? Anche qui serve precisione.
“Non tutti i ragazzi sono ‘dipendenti’ in senso clinico”, spiega Zoppi. “Ma le piattaforme sono progettate per trattenere l’attenzione, e questo ha un impatto su un cervello in formazione.”
Forse è più corretto parlare di uso problematico e ancora una volta, guardare alle cause profonde.
Il ruolo degli adulti (e dei genitori)
E i genitori? “Non vanno colpevolizzati, ma responsabilizzati.”
Sono la prima generazione chiamata a educare figli immersi nel digitale, senza aver ricevuto a loro volta un’educazione in questo senso. Ma proprio per questo il loro ruolo è decisivo.
Tre indicazioni, molto concrete che Ivano Zoppi dà ai genitori di oggi:
“La prima è non inseguite la competenza tecnica dei vostri figli, non la raggiungerete mai. E non è quello di cui hanno bisogno da voi. Occorre recuperare un’autorità evolutiva, che credo sia tutt’altra cosa e che dovrebbe appartenerci come genitori totalmente.
La seconda, attenzione alla coerenza. Non possiamo chiedere a un figlio di posare il telefono a cena se noi per primi lo teniamo accanto al piatto. Ogni schermo acceso su un adulto è un adulto in quel momento spento.
La terza, che forse è la più importante, distinguere il collegamento dalla connessione. I nostri figli sono costantemente collegati alla rete, con i trend, gli algoritmi, ma sono disconnessi da loro stessi e da noi. Io credo che abbiano bisogno meno di wi-fi e più di presenza, di meno controllo e più di sguardo.”
Guarda il post che abbiamo dedicato alla Fondazione Carolina



