Nel panorama della comunicazione digitale dedicata al cinema, la nostra Sprint People Alessio De Santa è stato tra i primi in Italia a intuire il potenziale dei social come spazio di divulgazione culturale. Content creator, sceneggiatore ed esperto di storytelling, ha costruito negli anni un linguaggio capace di rendere il cinema accessibile, coinvolgente e rilevante per le nuove generazioni.
Laureato in Scienze della Comunicazione e diplomato in Book Publishing Strategies a Yale, Alessio unisce formazione accademica e pratica creativa, portando sui social contenuti che raccontano il cinema non solo come intrattenimento, ma come struttura narrativa, immaginario collettivo e strumento culturale.
Accanto all’attività digitale, ha pubblicato due romanzi grafici: “La principessa che amava i film horror” e “The Moneyman”, una biografia a fumetti di Walt Disney distribuita in quattro Paesi.
In questa intervista per Sprint approfondiamo il valore della comunicazione cinematografica sui social, il percorso che lo ha portato a diventare un punto di riferimento nel racconto del cinema online e la visione futura dello storytelling nel digitale.
Cinema, social e storytelling: la visione di Alessio De Santa
Che valore può avere oggi fare divulgazione cinematografica sui social? E quanto è importante riuscire a trasformare contenuti veloci in strumenti capaci di educare lo sguardo e avvicinare le persone al cinema in modo più consapevole?
Giusto per darvi un’idea, negli anni ‘90 a Hollywood si producevano mediamente 300 film e 150 serie tv all’anno, oggi si producono 600 film e oltre 500 serie tv, un aumento che supera il 300%. Viviamo in un periodo in cui siamo letteralmente bombardati da nuove uscite e curiosamente guardiamo tutto con un’attenzione sempre più scarsa.
Penso che in questo panorama la diffusione dei social, che da un lato ha contribuito a questo fenomeno di calo dell’attenzione, dall’altro abbia democratizzato il sapere. Una persona che, prima dell’avvento di Internet, voleva capire meglio come funziona il cinema aveva un unico modo: iscriversi ad un percorso di studi. Oggi grazie ai social un ingegnere, un insegnante, un ultrasettantenne, un ragazzino possono seguire i miei video sul cellulare e sapere come è stata girata una scena, come si scrivono i dialoghi, cosa si dice di un attore dietro le quinte o banalmente sapere quali sono le uscite consigliate tra gli appassionati, senza avere nessuna necessità di una formazione specifica.
Quindi sento contemporaneamente un gran privilegio e una gran responsabilità a fare il lavoro che faccio. E quello che noto è che se da un lato la capacità di dare attenzione è molto calata rispetto a una volta, la curiosità non lo è per niente. Le persone vogliono ancora imparare cose nuove, solo che lo fanno nei ritagli di tempo, scrollando. E magari non sono dedicati a imparare un solo argomento, ma spesso più di uno: la stessa persona nel suo feed può avere contenuti che parlano di pugilato e di uncinetto, di pesca alla mosca e di freccette. La competizione tra contenuti è altissima, e lì entra in gioco il come si scrive un contenuto breve: se fatto bene, è un piede nella porta per appassionare altre persone a questo mondo.
Se riesco a far sì che qualcuno, dopo aver visto i miei video, guardi un film con una (anche minima) consapevolezza in più — una scelta di regia, un movimento di macchina, un tema nascosto — allora il risultato è già raggiunto!
C’è stato un momento o una scelta che ha segnato il passaggio da appassionato di cinema a professionista dello storytelling? E quali competenze ritieni oggi fondamentali per chi vuole lavorare tra contenuti digitali e industria creativa?
Il lockdown per me è stato il momento determinante: poco prima dell’inizio del lockdown lavoravo nell’organizzazione di eventi e avevo lanciato una rivista online per sceneggiatori che conteneva interviste e recensioni fatte da professionisti del settore. Le visualizzazioni della rivista stavano calando e quindi mi sono messo a pubblicare contenuti online con la speranza di attirare pubblico nuovo, prima su Instagram e poi su TikTok, che all’epoca era da poco stato lanciato in Italia. Contro ogni mia aspettativa (e contro ogni mia resistenza ad apparire in camera, cosa che non avevo mai fatto) i miei video hanno cominciato ad andare virali, e in pochi mesi sono diventato uno dei volti della piattaforma. Complice il fatto che a causa del lockdown non potevo svolgere il mio lavoro abituale, ho cominciato a pubblicare due/tre volte al giorno, e nell’arco di tre anni questo è diventato il mio lavoro full time.
Niente di tutto questo sarebbe stato possibile, però, se prima non avessi speso un sacco di tempo a lavorare come creativo (come fumettista) e a studiare sceneggiatura e cinema, che è sempre stata una mia grandissima passione. Quindi i consigli che posso dare a chi volesse intraprendere un percorso nell’ambito della creatività e del digitale sono di continuare a formarsi nell’ambito di loro interesse perché le competenze prima o poi affiorano, e fanno la differenza.
Un’altra cosa che cerco sempre di far capire ai più giovani è che è fondamentale aprire il più possibile la rosa delle proprie competenze, perché spesso in Italia vivere di solo lavoro creativo è complicato, quindi è fondamentale diversificare la propria formazione e avere delle “scappatoie”, che ti permettano di praticare la tua creatività come hobby, se il momento lo richiede.
Oggi il modo di raccontare storie sta cambiando rapidamente, tra social media, nuovi formati e piattaforme emergenti. Guardando al futuro, come immagini evolverà lo storytelling nei prossimi anni? Hai qualche progetto che bolle in pentola e che puoi anticiparci?
Vedo diverse tendenze in atto riguardo allo storytelling e ai social media, che in futuro potrebbero essere determinanti per il modo in cui raccontiamo storie.
Da un lato c’è l’AI, che sto seguendo molto da vicino per capire se avrà degli sbocchi narrativamente interessanti una volta usciti dal cosiddetto “AI slop”, perché potrebbe democratizzare tantissimo la produzione di contenuti.
Dall’altro c’è la crescita formidabile, per ora solo fuori dall’Italia, dei microdrama, serie paragonabili (per le tematiche trattate e le modalità di produzione) alle telenovelas della televisione generalista degli anni ‘90. Hanno un formato verticale, episodi di 3 minuti, e sono progettati per la visione su cellulare. Sono nati in Cina ed esplosi di recente anche negli Stati Uniti, e la cosa incredibile è che stanno generano ricavi significativi tramite app su cui si comprano pacchetti di episodi, un ritorno inaspettato al buon vecchio pay-per-view. Sicuramente se questo tipo di produzione prenderà piede potrebbe cambiare il modo in cui raccontiamo un certo tipo di storie.
In contemporanea c’è Hollywood, che sta attraversando una crisi sostanziale del suo business model basato sulla distribuzione in sala, proprio a causa dei social e dello streaming. Sta rispondendo chiudendosi sempre di più in film dall’incasso sicuro (sequel, prequel e remake), ma di cui il pubblico sembra essere sempre più stanco. Contemporaneamente sembra aver progressivamente abbandonato la produzione di film a medio budget, che al momento è dominata da produttori indipendenti che negli ultimi anni hanno prodotto film sempre più interessanti riuscendo ad arrivare per la prima volta agli Oscar (Anora, Everything Everywhere All at Once o Parasite).
È un momento di grande cambiamento e quindi non mi sento di fare previsioni né anticipazioni. In ogni caso, nell’ultimo anno mi sono dedicato a studiare l’AI per capire come inserirla nel mio flusso di lavoro e quali sbocchi potrebbe avere in futuro, per non farmi trovare impreparato!Segui Alessio De Santa per scoprire il cinema attraverso uno sguardo contemporaneo, accessibile e narrativo. Un creator che dimostra come i social possano diventare uno spazio di divulgazione culturale e di educazione allo storytelling.



